domenica 7 marzo 2010

STORIA DELLA BARONESSA TERESA CORDOPATRI

Domani si festeggia la festa delle donne colgo l'occasione per raccontare la storia di una donna di Calabria che lotta quotidianamente per difendere ciò che li appartiene,si proprio così, in Calabria succede anche questo;difendere la propria casa i propri terreni ,la famiglia perché qualcuno più potente di te li vuole. E tu non puoi non ti devi ribellare . Lunedì invece inseriremo delle statistiche, dei resoconti sul mondo del lavoro al femminile in Calabria.
Teresa Cordopatri è una donna che lotta contro il potere mafioso. I suoi millecinquecento ulivi della pianura di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, ereditati dalla famiglia sono stati tenuti sotto sequestro dalla mafia per trent’anni.
Un periodo caratterizzato da violenze, minacce, attentati, che trovano il loro epilogo il 10 luglio 1991, quando il fratello di Teresa Cordopatri, Carlo Antonio, è brutalmente assassinato da un killer della mafia. A quel punto la lotta per la libertà, per l'affermazione del principio di legalità e contro l'indifferenza dello Stato, diventa l'unica ragione di vita di Teresa, che denuncia gli assassini.
Oggi la sua vita si divide fra la campagna e i tribunali. Il cammino della giustizia è faticoso "a volte offende ulteriormente - scrive - chi è già stato offeso per tanto tempo dalla violenza e dai soprusi della mafia.
Sono una donna sola, impoverita dalla mafia, privata violentemente dell'unico affetto che sarebbe stato di conforto alla mia vecchiaia. Oggi sono una donna che ha dovuto privarsi degli oggetti personali più cari per sostenere il costo della giustizia nei tribunali". la storia della baronessa Cordopatri, eroina calabrese degli Anni Novanta e simbolo della resistenza all'illegalità della società civile. Fa una certa impressione sentirgliela raccontare, come si trattasse di una "straniera" in cerca di asilo.
La vicenda affonda le radici in un trentennio, nelle campagne, anzi nel feudo di Oppido Mamertino (Reggio Calabria), tra gli ulivi dei Cordopatri ambiti da un sovrastante particolare come poteva essere il boss Mammoliti. Voleva quegli ulivi, il mafioso. Ma Antonio Cordopatri opponeva un netto rifiuto a "vendere". Richieste sempre più pressanti, fino a quando lo "invitano" a "passare da un notaio" per formalizzare il passaggio di proprietà. Altro rifiuto, primo avvertimento: gli sparano e lo mancano. Al secondo tentativo, l'ammazzano. Il killer rivolge poi l'arma contro la sorella, Teresa, che assiste impotente all’agguato. Per fortuna la pistola s'inceppa e donna Teresa oggi può raccontare la storia. Era il 1991. La baronessa raccoglie l’eredità del fratello e giura sulla tomba di Antonio che mai e poi mai cederà al ricatto della mafia. Anzi denuncia il boss, riconosce il killer e lo fa arrestare. Denuncia anche tutto il "contesto" che sta attorno allo strapotere dei mafiosi. Finge di non aver paura delle minacce e da allora vive sotto scorta e, in qualche modo, poco amata in patria. Per esempio, per anni non riesce a trovare operai per la raccolta delle olive, operazione che è costretta a portare avanti col solo aiuto di Angelica. La sua testimonianza fa decollare i processi, certo non speditissimi, ma tutto sommato favorevoli. Quando declina la sua stella? Quando Teresa Cordopatri denuncia anche l'ignavia del sistema giudiziario in Calabria e lo fa quasi "preventivamente"per preservare il processo sulla morte del fratello da brutte sorprese. Ma non imbocca la strada del clamore e del protagonismo, la baronessa. No, scrive al Csm ("il massimo organo istituzionale della magistratura", spiega oggi) esponendo il contesto dentro cui era maturata la morte del fratello e chiedendo anche spiegazioni sui perché di qualche disattenzione precedente, quando Antonio Cordopatri denunciava senza troppo successo. "Quell'esposto - dice donna Teresa - doveva rimanere riservato, mi era stato assicurato, e soltanto a disposizione del Csm. Le mie non erano accuse circostanziate, ma analisi che sottoponevo all'organo di autogoverno della magistratura per una valutazione". E invece, inspiegabilmente, il documento diventa di dominio pubblico, tanto che quattro magistrati (Giuseppe Viola, Francesco Punturieri, Giovanni Montera e Salvatore Di Landro) si ritengono calunniati e diffamati, fino ad intraprendere azione legale. In primo grado la Cordopatri è stata condannata con sentenza esecutiva: ciò vuol dire che deve risarcire quei magistrati. Non avendo, la baronessa, i soldi, il tribunale civile ha disposto la vendita dei beni mobili e immobili per risarcire i denuncianti. All'inizio di ottobre, la prima asta. Tutto ciò mentre non si è ancora concluso il processo a carico del killer che la baronessa ha fatto arrestare

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