sabato 13 marzo 2010

SUO PADRE LO VIDE,EBBE COMPASSIONE,GLI CORSE INCONTRO,GLI SI GETTO'AL COLLO E LO BACIO'

SABATO della paternità di Dio mai perduta (13 Marzo 2010)

Carissimo/a,

La Parabola del Figliol prodigo merita una meditazione eterna. Per l’infinita eternità siamo chiamati a contemplare la misericordia del Padre nostro celeste. L’amore di Dio per noi è senza misura. In Cristo Gesù questo amore supera la stessa fine della croce, della morte, si fa risurrezione, Eucaristia, dono perenne dell’intera sua vita per la nostra vita.

Contro questo amore smisurato si incontra e si scontra il nostro amore piccolo, meschino, misero, inesistente, capriccioso, testardo, ostinato, barbaro. Il nostro è un amore parziale, non universale, settario, non comunionale, verso di noi, non verso gli altri. Il nostro amore sovente si manifesta come sete di vendetta, giustizia, punizione, perché l’altro paghi il suo debito contratto verso di noi e la società. Il nostro è un amore di sfruttamento, di schiavitù, di disumanità, perché priva l’altro della sua dignità. Lo tratta peggio che gli animali. Peggio che nell’inferno.


Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. (Cfr Lc 15,1-3.11-32).

Tutti i nostri problemi sociali, civili, religiosi, economici, amministrativi nascono dalla carenza di amore, dalla nostra anemia spirituale, che è vera privazione di misericordia, compassione, pietà, bontà, sopportazione, che spesso si manifesta come insofferenza, chiusura ermetica verso gli altri, inconsistenza affettiva, noncuranza, egoismo, corruzione, abolizione dei diritti altrui, negazione dei nostri doveri, ricerca affannosa di benessere succhiando il sangue dei poveri e dei derelitti, false promesse, ricatti, menzognere retribuzioni, abbandono al proprio destino, consegna alla disperazione, alla desolazione, alla morte, al lager del disprezzo e della solitudine.

Tutto questo avviene per due motivi. Avviene perché l’uomo ha deciso di tagliare ogni rapporto con Dio, il solo che può nutrire il suo cuore di vero amore. Il nostro cuore è arido, come pietra, come sasso granitico impermeabile alla misericordia, perché in esso non abita il Signore. Se Dio non viene posto in esso e finché non verrà risposto nessuno speri si possa creare la civiltà dell’amore. Si potrà anche sognare questa civiltà. Mai la si potrà realizzare perché è Dio, in Cristo Gesù, per opera dello Spirito Santo, la sola via per la sua realizzazione nella nostra storia.

Avviene anche perché quanti stanno nella casa del Padre, cioè tutti coloro che si dicono cristiani, vivono con Dio un rapporto religioso, ma non di fede, non di obbedienza, non di fiducia nella sua Parola. Vivono una relazione di non ascolto. Sono nella casa di Dio, ma non ascoltano il loro Dio e Signore. Parlano a Dio, ma non si lasciano parlare da Lui. In quanto a fede sono sordi, ciechi, muti. Dove non c’è obbedienza non c’è amore, perché l’amore è Nuovo Comandamento, Nuovo Precetto, Nuova Legge del discepolo di Gesù. È via per il raggiungimento del Paradiso. Un cristiano senza Comandamento è un morto all’Amore.

La Vergine Maria, Madre della Redenzione, ci ottenga dal Figlio suo Gesù, un amore grande, il suo stesso amore, quell’amore capace di dare la vita per i nostri fratelli. Angeli e Santi del Cielo ci guidino sul sentiero della vera carità e del Santo e bell’amore.

Don Francesco Cristofaro

Cerca nel blog