
La processione del Venerdì Santo, che
si snoda per le vie dei paesi calabresi, affonda le sue radici nel
periodo della dominazione spagnola del Regno di Napoli, rifacendosi alle
rappresentazioni sacre del Medioevo, che il Concilio di Trento aveva
vietato all’interno delle chiese, ma che le confraternite religiose e
laicali avevano tenacemente mantenuto vive per le strade e nelle piazze,
arricchendole spesso di segni e simboli della Passione che variavano
nelle singole realtà.
Etimologicamente “naca” deriva dal greco “nachè”, col significato di “culla
“, anticamente ricavata col vello di pecora; estensivamente il termine
venne usato per indicare il baldacchino sul quale veniva trasportata a
spalla la piccola bara bianca per i bambini defunti, mentre la campana
della chiesa faceva sentire i particolari rintocchi della “spirateddha”.
Nel Catanzarese la “Naca” indica “il sarcofago di Cristo”,
cioè la portantina sulla quale viene adagiato il Corpo di Gesù morto,
per essere portato in processione, anticipato da una “Croce di
penitenza” portata da un Cireneo, accompagnato dalla marcia funebre, dal
tamburo e dagli squilli lenti della tromba (di sole tre note).
A Crichi la tradizione fu importata dai
transfughi di Sellia nel XVIII secolo e si arricchì dei riti delle
confraternite dei paesi vicini. Sempre la statua della Madonna
Addolorata col cuore trafitto dalla spada segue immediatamente la “Naca”,
ricordando ai fedeli i 7 grandi dolori, ora
rappresentati da noi, nella
Via Matris che dal Calvario arriva fino alla chiesetta di Frà Rocco. Il
tema della “Pietà” è ripreso nell’iconografia della chiesetta di Fra’
Rocco, nella piccola icona esterna e nella tela d’altare, raffiguranti
la Deposizione di Cristo nelle braccia della Madre.Il resto sarà scoperto nel corso della processione devozionale, secondo la ricostruzione del “Gruppo della Naca”
