giovedì 17 settembre 2026

Asilo dell'orrore nel Catanzarese; Bambini costretti a subire "atti di violenza fisica e psicologica" Condanna confermata per una maestra. La forza della mamma che ha scelto di difendere i bambini

 


Due anni di reclusione, con pena sospesa e non menzione: ha tenuto anche in Corte d'Appello la ricostruzione accusatoria a carico di una maestra di una scuola dell'infanzia di ............

Marcellinara condannata per maltrattamenti ai danni di alcuni bambini.


Il collegio (Presidente: Antonio Battaglia; a latere: Maria Rosaria Di Girolamo e Luca Napolitano), hanno accolto la richiesta della Procura generale, supportata dall'avvocato di parte civile Antonio Lomonaco. Al centro della vicenda giudiziaria, alcune registrazioni audio-visive circa i maltrattamenti sui bambini che si sarebbero verificati a partire da gennaio del 2017, con alcuni alunni Due anni di reclusione, con pena sospesa e non menzione: ha tenuto anche in Corte d'Appello la ricostruzione accusatoria a carico di una maestra di una scuola dell'infanzia di Marcellinara condannata per maltrattamenti ai danni di alcuni bambini. Il collegio (Presidente: Antonio Battaglia; a latere: Maria Rosaria Di Girolamo e Luca Napolitano), hanno accolto la richiesta della Procura generale, supportata dall'avvocato di parte civile Antonio Lomonaco.

Al centro della vicenda giudiziaria, alcune registrazioni audio-visive circa i maltrattamenti sui bambini che si sarebbero verificati a partire da gennaio del 2017, con alcuni alunni costretti a subire "atti di violenza fisica e psicologica, imponendo loro di non raccontare nulla ai loro genitori riguardo i fatti che accadevano nella scuola". , imponendo loro di non raccontare nulla ai loro genitori riguardo i fatti che accadevano nella scuola". 

A seguire l'articolo tratto da: Calabria Magnifica.it

La vicenda era stata raccontata anche in televisione. Il 25 ottobre 2024, la mamma di uno dei bambini coinvolti era stata ospite di Tiberio Timperi nella trasmissione “I Fatti Vostri”, in onda su Rai 2. La puntata, aveva riportato l’attenzione sulla vicenda dell’asilo di Marcellinara e sull’esperienza delle famiglie coinvolte.

Quando ha cominciato a capire che qualcosa non andava nell’asilo?

«Era l’inizio del 2016. Mio figlio aveva circa tre anni e mezzo e aveva iniziato ad avere atteggiamenti che prima non aveva mai avuto. Era tornato a fare la pipì a letto e non voleva più andare in alcune stanze di casa, perché diceva che c’erano i lupi.

All’inizio ho pensato che potesse esserci qualcosa in casa che non avevo notato. Poi, un giorno, togliendogli la maglietta, gli ho visto un segno sul braccio. Gli ho chiesto cosa fosse successo e lui mi ha risposto che un amichetto gli aveva fatto male passando con il gomito.

Gli ho detto che non mi sembrava una semplice strisciatura e gli ho chiesto se fosse successo qualcosa a scuola. A quel punto mi ha risposto che, se ne avesse parlato, mamma e papà sarebbero morti.

Ho cercato di tranquillizzarlo, dicendogli che avevo già capito. Quando ho pronunciato la parola “maestra”, lui mi ha risposto: “Allora lo sai già”. In quel momento ho compreso che c’era qualcosa che non mi aveva ancora raccontato».

Ci furono altri episodi che la preoccuparono?

«Sì. Quando andavo a prenderlo a scuola, a volte mi diceva che era stato messo in punizione. Una volta mi disse che non aveva potuto bere né mangiare. Ricordo che l’acqua che gli avevo dato per la merenda era ancora chiusa.

Sono andata a scuola per chiedere spiegazioni. Volevo capire se fosse una sua invenzione o se fosse realmente accaduto. La maestra mi confermò che era stato messo in punizione e che, durante quella punizione, non poteva bere né mangiare.

Le dissi chiaramente che una punizione si può dare in altri modi, ma che togliere il cibo e l’acqua a un bambino non era corretto. Mi rispose che avrebbe cambiato comportamento, ma nei giorni successivi mi accorsi che, secondo me, non era cambiato nulla».

Quando ha deciso di rivolgersi alle autorità?

«A un certo punto ho deciso di fare denuncia. Prima di me, mi dissero, c’era già stata un’altra mamma. Successivamente, parlando con altri genitori, si aggiunsero altre famiglie.

Quando ho saputo che sarebbero state installate delle telecamere, siamo rimasti in silenzio, perché naturalmente non dovevamo compromettere le indagini.

Dalle registrazioni, secondo quanto emerso nel procedimento, furono documentati diversi episodi. Non riguardavano soltanto mio figlio, ma anche altri bambini.

Per me la cosa più grave era il fatto che venissero privati del cibo e dell’acqua. Ma c’erano anche altri comportamenti che mi avevano colpito: bambini costretti a stare in ginocchio con le mani dietro la schiena, episodi di violenza fisica e parole che, a mio avviso, potevano ferire profondamente un bambino così piccolo».

Quanto è stato difficile affrontare le indagini e il processo?

«Le indagini sono state difficili, perché io cercavo risposte. A un certo punto chiedevo alla Squadra Mobile se quello che stavo vedendo fosse realmente grave, ma mi rispondevano che non potevano dirmi cosa stavano riscontrando.

Io continuavo a mandare i video perché volevo capire, ma allo stesso tempo mi chiedevo: perché dovrei essere io a fare il carnefice? A un certo punto ho smesso.

La cosa che mi ha fatto più male è stata che, quando mio figlio non andava più a scuola, nessuno mi ha mai chiamata per chiedermi perché».

E durante il processo?

«È stato molto difficile ascoltare alcune testimonianze. Mi ha fatto male sentire dire che i bambini erano scostumati o che facevano gli sgambetti alle maestre.

Io penso che, se un bambino avesse avuto un comportamento del genere, sarebbe stato sufficiente chiamare i genitori e parlarne. Invece, per quanto mi riguarda, non siamo mai stati convocati per discutere di questi problemi, né verbalmente né per iscritto.

Quello che mi ha ferito è stato anche sentire giustificare certi comportamenti come se fossero normali metodi educativi. Ma un bambino di tre anni è un individuo, con la propria sensibilità, e va trattato come tale».

Nella vicenda giudiziaria sono state condannate due maestre. Che cosa ha rappresentato per voi la conferma delle condanne?

«Per noi famiglie è stato un percorso molto doloroso. Viviamo in un paese piccolo e, all’inizio, siamo stati giudicati da molte persone. C’era chi diceva che avevamo denunciato per uno schiaffetto, chi pensava che fosse meglio non esporsi.

Quando è arrivata la seconda sentenza, ci siamo sentiti rivalutati. Ma io dico: sì, abbiamo vinto, però poi bisogna chiedersi che cosa abbiamo vinto davvero.

Abbiamo vinto perché è stata riconosciuta la verità di quello che avevamo denunciato, ma non possiamo dimenticare che in mezzo ci sono i bambini. Mio figlio oggi è cresciuto. Ha qualche ricordo, ma io non vado a chiederglielo e non glielo ricordo. Per me quella parte è chiusa».

Avete ricevuto sostegno dalle istituzioni o dalla comunità?

«Il sostegno più importante l’ho ricevuto, negli ultimi anni, dalla dirigenza scolastica attuale. All’epoca, invece, ho vissuto anche momenti in cui mi sono sentita sola.

Dal Comune, per quanto riguarda quella vicenda, non abbiamo ricevuto il sostegno che avremmo sperato. E questo, per me, è stato doloroso, anche perché si trattava di un asilo pubblico».

Che cosa dovrebbe insegnare questa vicenda a chi si occupa di educazione e infanzia?

«Dovrebbe insegnare che questo lavoro va svolto con passione e responsabilità. Altrimenti è meglio scegliere un’altra strada.

Ogni bambino è diverso: c’è quello più vivace e quello più tranquillo. Ma tutti hanno diritto allo stesso rispetto.

Io ho tre figli e, negli anni, ho avuto modo di vedere diverse realtà scolastiche. Penso che ci sia ancora bisogno di una vera cultura dell’ascolto, dell’attenzione e del rispetto dei bambini.

Non basta parlare di aggiornamento: bisogna mettere in pratica ciò che si impara».

Che cosa si augura per il futuro dei bambini coinvolti?

«Mi auguro che riescano a mettersi tutto alle spalle. Che questa vicenda non diventi per loro un peso da portarsi dietro per tutta la vita.

Le cose devono essere vissute, elaborate e alle quali bisogna dare un significato. Quello che mi rassicura è che, a quell’età, i bambini dimenticano molte cose. Mio figlio oggi ha soltanto qualche ricordo.

Io non vado a chiederglielo e non glielo ricordo. Per me è una storia chiusa».

Un incontro con la mamma di Marcellinara che lascia il segno

Ascoltare questa mamma significa comprendere quanto possa essere difficile, per un genitore, affrontare una vicenda del genere. Ma significa anche riconoscere il valore di chi sceglie di non ignorare i segnali, di fare domande, di cercare risposte e di assumersi la responsabilità di difendere il proprio figlio e, insieme, gli altri bambini.

La sua storia non ha bisogno di essere trasformata in un giudizio sulle persone: è già, di per sé, una testimonianza di coraggio, determinazione e amore per i propri figli.

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