I 1.300 chilometri che separano la Lombardia dalla Calabria, secondo i
giudici, non sono nulla per le cosche calabresi. Perché nell’ambito di
«una sorta di rapporto di franchising», sebbene le cosche lombarde
agissero in autonomia, «la Calabria è proprietaria e depositaria del
marchio "ndrangheta", completo del suo bagaglio di arcaiche usanze e
tradizioni, mescolate a fortissime spinte verso più moderni ed ambiziosi
progetti di infiltrazione nella vita economica, amministrativa e
politica». Per questo la stessa «infiltrazione mafiosa nelle
aziende della famiglia Perego», importante impresa lombarda nei
settori edili e del movimento terra, era «seguita» - scrivono i
giudici - «con attenzione dalla "madre patria" anche in previsione
delle prospettive attribuite a Expo 2015». L’ex manager della Asl di Pavia Chiriaco, invece, svolgeva il ruolo di
«stabile punto di riferimento per convogliare i voti controllati
dall’associazione sui candidati in più tornate elettorali
amministrative». Nelle motivazioni, tra l’altro, c'è un lungo elenco di
«pubblici funzionari», ma anche di membri delle forze dell’ordine con
cui le cosche avrebbero intrattenuto rapporti.C'E' uno Stato che combatte ogni giorno la 'ndrangheta e le organizzazioni criminali in genere. Ed un altro Stato che, invece, ci si allea. Fa accordi. Controlla gli affari. Gestisce operazioni finanziarie. Lancia "soffiate" e informa i mafiosi. In 800 pagine la Corte d'Appello di Milano racconta tutto questo. Uno spaccato inquietante, ricostruito nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso giugno, la Corte d’Appello di Milano ha confermato le condanneseppure con qualche lieve riduzione di pena, per una quarantina di imputati arrestati nel 2010.
Nomi eccellenti della 'ndrangheta. Ma anche tanti nomi di politici, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell'ordine, manager, imprenditori. Nella .....













