giovedì 10 maggio 2018

Al via il terzo Macrolotto della nuova SS 106 per un importo di un miliardo e trecentomilioni di euro


Un opera strategica che permetterà un collegamento veloce e sicuro con il Corridoio Adriatico, è stato al centro di una iniziativa, dalla massiccia partecipazione, che si è tenuta stamane nella sala convegni del Museo Archelogico di Sibari per l’avvio delle attività del III Macrolotto Sibari-Roseto Capo Spulico della 106 ionica,
A partecipare, il presidente della Regione Mario Oliverio, l’amministratore delegato di Anas, Gianni Vittorio Armani ed il presidente di Sirjo scpa, contraente generale che realizzerà i lavori, Pietro Mario Gianvecchio. A coordinare l’incontro il responsabile delle relazioni esterne di Anas Mario Avagliano. Il progetto- è stato spiegato- conta un investimento complessivo di circa 1 miliardo e 330 milioni di euro, prevedendo la realizzazione di due lotti: il primo, da Sibari allo svincolo di Trebisacce; il secondo da Trebisacce a Roseto Capo Spulico. “E’ una giornata particolarmente importante. Non facciamo annunci, parte il cantiere di una grande d’opera- ha detto il presidente Oliverio-. È stato un lavoro complesso aver portato a termine le procedure per l’inizio di questa infrastruttura, progettata sin dal 2007, la cui gara d’appalto è stata fatta nel 2011, che si era incagliata nella burocrazia e nelle procedure. Abbiamo lavorato perché si portasse a buon fine un investimento significativo per la nostra regione che consente non solo di ammodernare l’infrastruttura di area della nostra regione, ma di collegare la Calabria con il corridoio Adriatico e di realizzare l’ammodernamento di un pezzo fondamentale della 106 ionica.
Ci siamo impegnati- ha proseguito- perché si realizzasse una soluzione, la più equilibrata possibile, che tenesse insieme gli aspetti ambientali, che sono fondamentali, poiché ci troviamo in una zona, impervia ma bellissima, di alto pregio, con la sostenibilità ed i costi. È stato un lavoro abbastanza complesso; ringrazio il ministro Del Rio che ha dato un grande contributo; ringrazio Anas e il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici che abbiamo tallonato e incalzato. Un grazie va anche ai sindaci per il ruolo attivo e fondamentale svolto. Problemi di miglioramento del progetto saranno ulteriormente recepiti- ha sottolineato Oliverio-. L’opera ha un contraente generale di grande esperienza; l’infrastruttura, tassello fondamentale del corridoio ionico sul quale prestiamo grande attenzione, dovrà avere ricadute sul territorio, per il sistema delle imprese per l’occupazione”. “Partono i lavori preliminari della verifica di ordigni bellici, dell’eventuale sminamento e degli espropri sono già in atto e quindi diciamo di aver portato quest’opera a buon fine. Tutto- ha rimarcato con forza il presidente Oliverio- dovrà essere fatto rispettando il principio della legalità. Riteniamo sia necessario alzare l’asticella dell’attenzione, della trasparenza. Non è un caso che noi abbiamo proposto un protocollo di legalità, con la Prefettura, la Regione, l’Anas ed il contraente generale, perché noi abbiamo bisogno che le opere vadano avanti con la massima trasparenza possibile e che ci siano ricadute dal punto di vista occupazionale, che ci saranno e saranno importanti, e anche per il sistema delle imprese. Imprese pulite, che in Calabria ci sono, di qualità e competenti”.
“Tra le opere compensative- ha messo in evidenza infine Oliverio- abbiamo posto un importante intervento per il sito archeologico di Sibari14 milioni di euro, che dovranno essere utilizzati rapidamente ai fini della valorizzazione di una eccellenza”
“Siamo a testimoniare il fatto che dopo un lavoro portato avanti i cantieri possono partire- ha detto Armani che ha ancora diffusamente parlato degli investimenti che attualmente impegnano Anas-. Si tratta di un itinerario fondamentale per il Sud e per il Paese, che complessivamente completa 150 km di strada a quattro corsie che è stata già realizzata. Questo mette in connessione la ionica con il porto di Taranto e con l’autostrada del Mediterraneo. È una viabilità strategica complessivamente per la Calabria e per il sud, e finalmente questi 38 km vengono a completare tutta la direttrice. C’è in corso la Firmo- Sibari- ha aggiunto l’ad di Anas- che è il cantiere che adesso stiamo realizzando, che completa la connessione”.
“Il territorio calabrese in generale è molto complesso sia dal punto di vista orografico, per le pendenze, le gallerie ed i viadotti che devono essere costruiti, che da quello geologico. Il progetto- ha affermato ancora Armani- è quello che è uscito fuori dalle conferenze ai servizi e che risponde a tutte le limitazione e i vincoli ambientali che sono stati richiesti e su cui è stata data risposta. Grande è stato l’investimento per rendere compatibile il progetto ai vincoli ambientali. È un investimento ambientale enorme che risponde alla tutela del territorio e delle bellezze della Calabria e dell’Italia in generale”.
Dal presidente della Sirjo scpa, è venuta l’illustrazione del cronoprogramma, gli impatti territoriali con le ricadute economiche ed occupazionali. Gianvecchio ha spiegato che la durata dei lavori sarà di sei anni e mezzo. Quattro, i cantieri operativi. Grande, l’impiego di manodopera locale.
Altro appuntamento, sempre, con il presidente Oliverio e l’amministratore delegato Anas Armani: si ritroveranno nel pomeriggio nella Cittadella regionale per presentare il nuovo collegamenti tra Crotone e Simeri Crichi in variante all’attuale sito.

Il comunicato dell'Anas | Si è tenuta questa mattina, presso la sala convegni dell’Area Archeologica di Sibari, la presentazione del progetto del III Megalotto della nuova strada statale 106 “Jonica”. All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, l’Amministratore Delegato di Anas Gianni Vittorio Armani e il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio, anche per fare il punto sui lavori in corso e programmati nonché sugli interventi di messa in sicurezza.
La nuova 106 “Jonica” viene integrata con l’A2 “Autostrada del Mediterraneo” grazie al completamento delle trasversali di collegamento, in parte già in corso di esecuzione, come la statale 182 "Trasversale delle Serre" e il Megalotto 4, nuovo collegamento Firmo-Sibari, e in parte già realizzate come la statale 280 “dei Due Mari”
Sull’intero tratto della nuova 106 "Jonica" risultano ultimati, ad oggi, 150 km con l’ampliamento a quattro corsie e spartitraffico centrale, di cui 39 km in Puglia, 37 km in Basilicata, mentre nel tratto ricadente in Calabria sono stati ........

mercoledì 9 maggio 2018

Allarme prostituzione nel catanzarese SudAmericane si "vendono" anche per una spesa al supermercato

Tutte giovanissime, per la maggior parte di origine sudamericana, stazionano nelle vie periferiche della città in attesa dei clienti cui offrono prestazioni sessuali anche in cambio di generi di prima necessità. La fotografia della recrudescenza del fenomeno apre scenari nuovi e ancora più
preoccupanti. Chi si prostituisce non lo fa più solo per guadagnare o far guadagnare eventuali sfruttatori, ma per recuperare un pranzo o per spingere il cliente a dare in cambio sacchetti della spesa. Il nuovo viatico della prostituzione cittadina si consuma così, sia di giorno che di notte, con approcci che avvengono nelle vie centrali cittadine e nella zona adiacente la stazione ferroviaria. Più volte operazioni di polizia hanno cercato di debellare il fenomeno che ritorna, però, puntualmente. Le nuove forme di sfruttamento diventano meno violente ma più subdole, facendo leva sulle condizioni economiche di chi si trova a barattare il proprio corpo in cambio di un telefono o di alimenti per sfamare la propria famiglia. Ad accendere i riflettori sul fenomeno sono le segnalazioni di alcuni dipendenti dei supermercati del comprensorio, che hanno notato più volte uomini di mezza età consegnare sacchi della spesa a giovanissime donne che rimanevano in attesa del loro ritorno all’uscita dell’esercizio commerciale. Le stesse più volte notate girovagare senza meta nelle strade. Scene analoghe si moltiplicano nella giornata del venerdì, quella del mercato cittadino. In attesa degli interventi delle autorità preposte, dal Comune di Soverato si cerca di affrontare il problema da un’ottica differente da quella repressiva. «Il fatto che qualcuno pensi di dover vendere il proprio corpo per riuscire a cibarsi - il commento dell’assessora alle politiche sociali Sara Fazzari - non può lasciarci indifferenti. Invito tutti a segnalarci le situazioni sospette per darci la possibilità di intervenire. Nel mio ufficio è attivo un banco alimentare permanente in cui alimenti e beni di prima necessità vengono volontariamente offerti dai cittadini per essere distribuiti a chi ne ha bisogno. Nonostante il lavoro dei nostri assistenti sociali può però capitare che qualcosa sfugga. Dalle operazioni passate è emerso che le donne che si ......

martedì 8 maggio 2018

Nicola Barbuto storia del prete scomodo di Simeri Crichi nella Calabria del Risorgimento." Il prete sicofante e le patriote invisibili " di Marcello Barberio.

Calabria e Risorgimento
Il prete sicofante e le patriote “invisibili”
di Marcello Barberio
Forse per tacitare il disagio della condivisione della cittadinanza con un personaggio che ha lasciato al paese natale l’infamante contumelia dei testimoni falsi per antonomasia, ho scritto più volte   -   seguendo l’intreccio delle Ricordanze della mia vita  -  dell’arresto a Catanzaro, nel 1839, di Luigi Settembrini, in seguito alla delazione alla polizia borbonica del prete di Crichi, Nicola Barbuto. Preoccupato d’indagare le ragioni vere del tradimento del mio compaesano e le eventuali ricadute del suo gesto sulle vicende del Risorgimento meridionale, ho glissato sui personaggi femminili della vicenda, già condannati alla invisibilità dalla retorica ufficiale e dalle narrazioni canoniche, in quanto personaggi minori, a latere dei loro uomini. Ed è stato così anche per Raffaela
Luigia Faucitano Settembrini, destinata a una vita claustrale e invece andata sposa a 17 anni al giovane professore di retorica e greco del Regio Liceo di Catanzaro.
Nel ’38 ispirò al marito il dramma “La donna del proscritto”, che non venne rappresentato nell’unico teatro cittadino, per la ferma e strumentale opposizione dell’intendente, il principe di Giardinello. Nel ’39  mise in guardia il marito alla vista del prete traditore; al quinto mese di gravidanza non esitò a raggiungere Settembrini a Napoli in occasione del suo primo arresto, pretese di parlare col ministro della polizia Francesco Saverio Del Carretto, con alti prelati e intendenti, andò fino all’isola di Santo Stefano dove il marito scontava la sua seconda condanna, in seguito alla pubblicazione clandestina del pamphlet “Protesta del popolo delle Due Sicilie”e alla fondazione della setta Unità Italiana. Eppure la storiografia ufficiale la ricorda solo come  custode dell’epistolario del  marito e per le sue lettere intercettate dalla polizia borbonica nel carcere napoletano di Santa Maria Apparente nel 1842 e indirizzate a Benedetto Musolino.
 “ Così passarono gli anni 1837 e 1838”.  -  racconta Settembrini  .  “ Ma tosto ci fu un traditore. Un prete mio amico G(aetano)L(arussa) volle che io conoscessi il parroco di un paesello chiamato Crichi, col quale ei mi disse che s’erano allevati insieme in seminario, e che era liberale e bravo, e si chiamava Nicola Barbuto. Quando io vidi questo parroco Barbuto sentii certa ripugnanza per lui, e mia moglie con quel fino senso che hanno le donne lo temeva come un nemico, ch’egli era brutto e nero come un topo, e aveva il labbro leporino: pure io l’accolsi  e gli feci dare un catechismo. Io gli diedi una lettera per Raffaele Anastasio, farmacista in Cosenza, e una pel Musolino in Napoli [ …] La notte dell’8 maggio 1839 mentre io dormivo mi fu accerchiata la casa da gendarmi e poliziotti..” E fu tradotto a Napoli.
 Ricorda Giuseppe Paladino (1) che nel Mezzogiorno operavano circa 12.000 convertiti alla setta carbonara I Figlioli della Giovane Italia, fondata nel ’32da Benedetto Musolino di Pizzo. Il parroco Nicola Barbuto di Crichi-Simeri dette all’Intendente  una copia del noto catechismo, un foglio con il motto d’ordine e l’emblema dell’associazione, senza rivelare in
principio  da chi aveva ricevuto quelle carte. Messo alle strette, indicò poi un Francesco Marino di Albi, nome affatto immaginario, e aggiunse, per deviare l’attenzione dell’autorità, che la setta era più diffusa in provincia di Cosenza.
                                                             

                                                                                                  
Nicola Barbuto (di Alfredo Piacente)

Ma l’Intendente ve lo mandò con l’incarico di far ricerche e il prete, dopo aver lasciato sperare buoni frutti dalla sua missione, tornò senza aver concluso nulla. Queste contraddizioni e tergiversazioni misero in sospetto il principe Giardinelli, che, dopo aver consumato varii mesi inutilmente, si persuase che il poco degno sacerdote, essendo riuscito a impadronirsi delle carte, aveva immaginato un piano di cospirazione e tentativo d’ingannarlo, sicché decise di arrestarlo e farlo punire col dovuto rigore come falso denunziante. In quel mentre però venne dal ministero informato della faccenda, l’ordine d’inviarlo nella capitale. Le rivelazioni del Barbuto apparvero alla polizia centrale che sapeva come stavano le cose da altre fonti, sotto una luce ben diversa da quella, in cui potevano presentarsi alle autorità provinciali ignare di molti fatti. Il parroco fu condotto a Napoli nell’aprile 39 e sia che si sentisse più sicuro da eventuali vendette per le sue rivelazioni, sia che il carcere gli incutesse paura, disse tutto. Non Francesco Marino, ma il Settembrini era stato il suo iniziatore; egli stesso avevagli dato, quando si era messo in via per Cosenza, una lettera di presentazione e raccomandazione per Raffaele Anastasio, farmacista in quella città e organizzatore della setta, e un’altra per il Musolino;  lettera che il prete non aveva consegnato ai destinatarii e che confessò di possedere ancora nella sua casa di Crichi-Simeri”. Settembrini, Musolino e gli altri furono tradotti al carcere di Santa Maria Apparente, a loro spese, “più fortunato l’Anastasio, messo a tempo sull’avviso, riuscì a darsi alla fuga” […] Settembrini negò di conoscere Barbuto e Anastasio”. Racconta Paladino.
Il ministro Del Carretto era convinto che la setta del Musolino fosse la stessa Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, il quale in diverse occasioni si premurò di confutare l’equivoco. (2)  La bandiera dei Figlioli della Giovane Italia era nera a forma rettangolare con nel centro un teschio bianco sostenuto da due stinchi umani incrociati e la scritta “Riunione e Indipendenza Italiana.                  “I colori nazionali italiani si sarebbero adottati dalla Repubblica futura”. Il giuramento di fiere parole obbligava ogni convertito a essere “fedele, costante ed imperterrito soldato repubblicano […] ciecamente ubbidiente ai superiori […] di spegnere lo spergiuro e il denunziante [---] rinunziare a tutte le proprietà e tenerle in comune con tutti i fratelli convertiti […]”. E concludeva: “Se fossi così vile e miserabile da dimenticare i santi giuramenti pronunziati dinanzi a Dio e alla Patria, io sarei indegno di vedere la luce del giorno. Spegni allora crudelmente lo spergiuro!”E’ del tutto evidente la marginale influenza della Giovane Italia di Mazzini, che del giacobino di Pizzo rifiutava la concezione materialistica, il socialismo egualitario, il militarismo illuminato e l’anarchismo ante litteram. Da parte sua, Musolino ribatteva: “Il profeta di Bisagno, ostinandosi a ritenere la causa politica come inseparabile dalla religiosa, si espone a delle alternative poco favorevoli al suo ingegno come alla morale […] Non avendo potuto Mazzini guadagnare al suo partito i membri italiani del Comitato Latino, li fece denunziare al governo, accusandoli come cospiratori contro la sicurezza dello Stato”. Addirittura considerava il patriota genovese “un uomo nullo, intruso, usurpatore, giudeo errante della speculatrice democrazia del secolo XIX, un eccellente capo di scherani”. Altro che misticismo romantico.                                                        
                                                                  

Luigi Settembrini
Ma passiamo al processo dei cospiratori calabresi, seguendo l’orditura del Paladino:          “Settembrini imperniò il proprio sistema difensivo nel dipingere a foschi colori quelli che lo accusavano. Per Barbuto ebbe buon gioco a farlo dalla circostanza che il vescovo e un altro prelato dettero sfavorevoli informazioni di lui, e il primo si rifiutò di ascoltarlo allorché intendeva denunziare il buon professore di eloquenza”.
Per Settembrini: ”Sul Barbuto, l’istruttore ebbe da Catanzaro le più fosche informazioni, anche dal vescovo, che lo diceva 
indegno sacerdote e sospeso a divinis; ed altri lo accusarono di brutte infamie, che non voglio ripetere, e chiunque fu dimandato di lui, lo dipinse come un ribaldo[..]Quando si fu dichiarato denunziante, ognuno gli calò la mano addosso. Per non tornare più su di lui, dirò sin da ora che egli, sopraffatto dal pubblico disprezzo e dallo sdegno anche della sua famiglia, ammalò e morì poco dopo che fu fatta la causa”. La nemesi della borghesia e del clero carbonari.
Dagli studi di mons. Antonio Cantisani (3) risulta che, in quegli anni, era vescovo di nomina regia  di Catanzaro mons. Matteo Greco, di sicura fede borbonica, mentre “ sempre consistente era il gruppo di carbonari e di altri patrioti della nobiltà, in particolare intellettuali che nutrivano idee liberali, anche se da un punto di vista formale erano molto deferenti verso i Borbone”. La città contava 14.000 anime, distribuite in 10 parrocchie, mentre le 1.300 anime di Simeri e di  Crichi erano affidate alle cure di 14 preti. Secondo Umberto Caldora (“Calabria Napoleonica”), la regione contava poco meno di 800.000 abitanti, con 4719 preti, 701 frati, 609 monache, 356.000 campagnoli, 18.000 mendichi di cui 14.263 femmine. Con l’enciclica “Traditi Humilitati Nostrae” del 1829, Pio VIII aveva  condannato le società segrete, nemiche di Dio e dei prìncipi, dedite a procurare la rovina della Chiesa, a minare  
                                                    
                                                      

Benedetto Musolino
lo Stato e a sovvertire l’ordine universale, per cui “con tutto il Nostro zelo, vigileremo perché la Chiesa e la società civile non ricevano alcun danno dalla cospirazione di tali sette”. Già nel 1821, Pio VII, con la bolla “Ecclesiam a Jesu”, aveva proibito “la predetta società dei Carbonari o con qualunque altro nome chiamato”, concludendo: “A nessuno sia lecito contraddire con 

temeraria arroganza questo testo della Nostra proibizione e interdetto”.                                                       Secondo una consolidata tradizione locale, il prete delatore sarebbe morto in seguito ad una visita del protomedico di Catanzaro, che era accorso a Crichi per curarlo: il dottore non aveva ancora varcato il fiume Alli che le campane del paese già suonavano a morte. Nel Liber Mortuorum della parrocchia di Crichi, retta da don Domenico Sculco (4), risulta strappata la pagina dov’era stata registrata la morte di Barbuto: una mano pietosa deve aver pensato di occultare così la prova di una pretesa onta collettiva.  L’Archivio di Stato di Catanzaro, fondo Intendenza, custodisce “L’elenco dei giovani soggetti alla leva dell’anno 1824”, dove sono riportate distintamente le generalità dei coscritti di Simeri e di Crichi: al n° 65 di Crichi è annotato D. Nicola Barbuto, nato il 25 dicembre 1806, seminarista in Catanzaro, figlio di Domenico e di Diana Lopez.
La chiesa parrocchiale di Crichi custodisce una bella tela raffigurante “Scene delle anime del Purgatorio”(5), con la scritta “a devozione di Nicolino Lopez”, anno 1849. “Il prete rivelatore era un uomo perduto e perciò il vescovo erasi rifiutato di ascoltarlo”, conferma Paladino, sorvolando sui presumibili conflitti dell’uomo e anche sulla complessità della situazione politica. Nicola Barbuto, nell’aprile del ’39,  fu “condotto a Napoli, al sicuro da eventuali vendette per le sue  rivelazioni” e sottoposto a pesante interrogatorio, con l’eventualità del carcere che gli provocava grandissima paura, anche perché al suo primo arresto a Catanzaro, su ordine del Giardinello, era stato “punito col dovuto rigore”, cioè con la tortura. Per Settembrini, invece: “Non timore di Dio, né fedeltà al principe, ma il desiderio di farsi ricco e potente”.
E’ risaputo, però, che l’ala moderata della cospirazione del regno nutriva molte riserve sul programma dei Figlioli della Giovane Italia di Musolino, temendo lo sconvolgimento dello stato sociale e dei rapporti di classe nelle campagne e conseguentemente accusava i radicali fochisti di voler instaurare il socialismo con la violenza. Da parte sua Musolino non aveva alcuna remora a definire Mazzini un “uomo nullo, intruso, usurpatore, giudeo errante della speculatrice democrazia del secolo XIX, un eccellente capo di scherani”.(6) Anche la delazione diventava strumento di lotta nel complesso mondo della cospirazione e del settarismo, né il Risorgimento italiano  può essere                                                                                                                                    letto retoricamente come un processo storico lineare,sul mito del romanticismo, senza convulsioni e senza ostilità, scevro da tradimenti, ripensamenti e codardie. In “Cronaca dei fatti di Toscana, 1845-1849”, Giuseppe Giusti scriveva del patriota autonomista Giuseppe Montanelli: “Non ha né forte sentire né forte pensare. Nel ’31 fu della Giovane Italia, nel ‘33 sansimonista, poi socialista e comunista, poi ateo, poi bacchettone, poi giobertiano, poi daccapo mazziniano”. E Montanelli era professore di diritto all’Università di Pisa, fondatore del giornale “L’Italia”, volontario a Curtatone e Montanara contro gli Austriaci e infine autonomista-federalista contro la piemontesizzazione dell’Italia. Per Giovanni Spadolini si trattava, più semplicemente, di un dissidente del Risorgimento Italiano, come Enrico Cernuschi e Luigi Pianciani, cospiratori della sinistra liberale e componenti del Comitato franco-iberico-italiano (detto “latino”), sospettati nel ’51 di delazione alla polizia parigina contro altri esuli italiani, su ispirazione del mazziniano Comitato Democratico di Londra. Probabilmente, invece, era il frutto del lavoro della pervasiva rete degli occhiuti agenti e delatori delle varie polizie segrete (austriaca e borbonica in primis), come appare nei rapporti riservati dei tanti doppiogiochisti prezzolati, sulle  tracce dei patrioti risorgimentali emigrati a Parigi, a Londra e in Piemonte. Recentemente Agostino Botti ha pubblicato due epistolari, sotto il titolo di “Adalulfo Falconetti – Vita grama di una spia di Radetzky “ e “Giuseppe Favai – Una spia sulle tracce di Mazzini”. Anche le ostilità tra i patrioti contribuirono a tenere il popolo lontano dalle vicende risorgimentali, almeno fino all’arrivo di Garibaldi.  Ma torniamo alla cronaca del processo.
“Settembrini  - prosegue Paladino  - insistette sulla falsità delle dichiarazioni fatte dal Barbuto, attribuendogli la contraffazione della sua scrittura. Dette la colpa della disgrazia toccatagli al principe di Giardinelli e, quando si lessero le deposizioni dei testimoni, che lodavano l’onestà di sua moglie, esclamò: “E’ questo il mio peccato!”. Ma davvero le sue sventure erano da mettere in diretta relazione con l’onestà di sua moglie? Ci piace pensare che quell’esclamazione celasse piuttosto l’orgoglio per la riconosciuta virtù della sua Gigia. E non altro.
 Sappiamo che venne assolto, unitamente al Musolino, e posto in libertà provvisoria, con la concreta  possibilità per la polizia di trattenerli in carcere per altri due anni. Gigia non si perse d’animo, anche fuori dagli stereotipi del tempo, e riuscì a farsi ricevere dal re e dal ministro Del Carretto, per protestare contro l’ingiusta e arbitraria carcerazione del marito e di Musolino. Ma senza risultato.
“Nel mese di marzo del ’42  -   aggiunge Paladino  -   “fu scoperta per caso una corrispondenza tra Benedetto Musolino, che si firmava Pollak, e la moglie del Settembrini, detta Salica [..] La polizia volle interpretarle come documento di una relazione amorosa”, la quale, a dire del ministro Del Carretto “mostrava a chiare note in quale conto tener si dovessero le tante dicerie nella difesa della causa sull’inquisizione pur fatta in Catanzaro per debilitare le pruove irrefrangibili del processo, secondando così tutti i maneggi per potenti fini, onde la causa e i rei avessero buon vento, mentre in realtà, se non si vuole credere che il giovane calabrese fosse così astuto da celare sotto un linguaggio apparentemente innocuo sentimenti non lodevoli, si tratta di lettere di pura amicizia, che i due si scambiavano di tanto in tanto come ricordo della fraternità contratta negli anni giovanili. Il Settembrini vi è nominato col nomignolo di Omar. Finalmente il 25 ottobre 1843 la  
Commissione Superiore dichiarò liberi definitivamente i prigionieri, che lasciarono il carcere con l’obbligo di prendere domicilio nelle patrie rispettive”.                                                                                         La famiglia Settembrini non poté tornare a Catanzaro, ma dovette rimanere forzatamente a Napoli, dove, tre anni dopo, il patriota pubblicava clandestinamente il pamphlet “Protesta del popolo delle Due Sicilie” e fondava la nuova setta “Unità Italiana”. Il 23 giugno del ’49 veniva arrestato nuovamente e condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo, da scontale nell’isola di Santo Stefano. Le traversie continuavano a non concedere tregua a Gigia. A Napoli partecipò alla rete di solidarietà politica a sostegno dei prigionieri politici, entrò nel Comitato Politico Femminile e poi nel Comitato Politico Mazziniano Femminile fondati da Antonietta De Pace e da altre donne della nobiltà e della borghesia meridionale, incontrò cospiratori, esuli, ambasciatori, cardinali e lo stesso  Ferdinando II, al quale presentò una supplica per la libertà del marito. Per i suoi spostamenti non si fece scrupolo di spacciarsi per la moglie di un ufficiale di Nino Bixio; raggiunse il carcere di Santo Stefano per il collegamento con i detenuti politici, ai quali impartiva istruzioni con lettere scritte con inchiostro simpatico, per la preparazione di un piano di evasione, fallito nel 1855. Incontrò anche il conte Cavour. Si stupì non poco dell’inatteso omaggio coniugale della traduzione de “I Neoplatonici” di Aristeo di Megara. (7) Altro che “ospite-non protagonista della storia”! Il marito fu liberato al passaggio della truppe garibaldine, che sollevarono grande entusiasmo anche tra i lazzaroni e i contadini con la loro atavica fame di terra; lei tornò nell’ombra, secondo una persistente rappresentazione culturale, che contempla processi di autocancellazione per donne silenti e invisibili. La morte la colse a Napoli nel 1876, nell’Italia unita, nella quale, però, già si affacciava la questione meridionale.

Invisibili e silenti rimasero i rappresentanti dell’ultima plebe, poveri, incolti e dolorosamente scettici come il nostro prete-contadino, un sanfedista col mito del ribellismo, che...........

lunedì 7 maggio 2018

Sellia Marina conquista la Bandiera blu. La Calabria sale a 9 località. Assegnete le ambite Bandiere blu 2018 a 368 comuni Italiani.



Aumentano le spiagge da sogno in Italia: sono 368 quelle che hanno vinto il titolo di Bandiere Blu 2018. Il mare più bello è il Tirreno, visto che le bandiere sventolano in 64 Comuni tra Liguria, Toscana e Campania. La Liguria, in particolare, con i suoi 27 Comuni mantiene la leadership di più località costiere fregiate dal vessillo della Fee (Foundation for Environmental Education). Incontrastato anche il secondo posto della Toscana, che vanta 19 Comuni. La sorpresa è la Campania, che ha scalzato le Marche e quindi è salita al terzo posto. Si registra l'avanzamento del Sud: a guadagnare bandiere blu anche l'Adriatico. In Puglia sventolano quest'anno anche a  Rodi garganico, Peschici e Zapponeta, in provincia di Foggia, ma sono in tutto 14. In Calabria la bandiera blu arriva a Tortora e a Sellia marina, in Basilicata i nuovi ingressi di Bernalda e Nova Siri portano a 4 il sigillo di qualità. Premiata non solo qualità del mare ma anche gestione del territorio, impianti di depurazione, gestione dei rifiuti, vivibilità in estate, valorizzazione delle aree naturalistiche, che sono alcuni dei 32 criteri da rispettare del Programma della Fondazione. (agg. di Silvana Palazzo)
La Calabria conquista due nuove bandiere blu: si tratta di Tortora e Sellia Marina. Sono queste le novità per regione nell’ambito della Bandiera Blu 2018 assegnate dalla Foundation for Environmental Education (FEE).
Queste le Bandiere blu in Calabria:
COSENZA: Praia a mare – Camping Internazionale/Punta Fiuzzi/Roseto Capo Spulico – Lungomare/Trebisacce – Lungomare Sud (Riviera dei Saraceni, Viale Magna Grecia , Riviera delle Palme)/Tortora;
CROTONE: Cirò Marina – Cervana/Madonna di mare, Punta Alice/Melissa – Litorale Torre Melissa;
CATANZARO: Soverato – Lido/Sellia Marina;
REGGIO CALABRIA: Roccella Jonica – Lido.

BANDIERE BLU 2018, 368 SPIAGGE PIÙ BELLE D'ITALIA

Sono in tutto, al momento, 368 le spiagge che meritano in Italia il titolo di Bandiera Blu 2018: lo scorso anno i comuni che avevano vinto la prestigiosa “bandiera” erano stati 163, quest’anno salgono a 175 raggiungendo in tutto ben 368 spiega considerate le più belle d’Italia. Il dato che impressiona nella classifica stilata dalla ong danese Foundation for Environmental Education è che il 10% delle Bandiere Blu premiate in tutto il mondo appartiene al nostro Paese, un risultato e un successo clamoroso. Tra gli approdi turistici, che raggiungono quota 70, entrano località dal mare pulito e di qualità come  Sorrento, Ispani, Cattolica, Peschici, Sellia Marina, Marina dell’Orso di Poltu Quatu e Rodi Garganico. Vengono invece “retrocesse” spiagge come Termoli e Pozzallo ma anche Gabicce Mare e Anzio. Molte di più le promozioni comunque il che certifica un livello di qualità, bellezza e requisiti importanti mantenuti dalle autorità italiane nella cura del mare e della spiaggia. «Azioni strettamente connesse all’innalzamento della qualità della vita e alla tutela del patrimonio ambientale», spiega il responsabile italiano di Bandiera Blu, Claudio Mazza, in una intervista a Repubblica. «Sindaci e consigli comunali lo stiano capendo e si dimostrano sempre più attenti alle problematiche connesse con la gestione sostenibile del proprio territorio. Bandiera Blu è uno strumento per mettere in atto politiche di sostenibilità, un eco-label in grado di condurle attraverso un percorso virtuoso di gestione eco-orientata del proprio territorio», prosegue Mazza.

COME AVVIENE LA DURA SELEZIONE

Proviamo però ad addentrarci nelle pieghe della dura selezione che porta una località a ricevere o perdere la Bandiera Blu della FEE: le spiagge vengono selezionate da una giuria internazionale e poi da una nazionale, fase in cui con la Fee collaborano numerosi enti, «dal ministero dell’Ambiente a quello della Cultura e del turismo, passando per il Comando generale delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, l’Ispra, il Laboratorio di oceanologia ed ecologia marina dell’università della Tuscia, il Consiglio nazionale dei chimici e l’Anci», spiega ancora Repubblica. Le acque che vengono questa selezioni vengono poi sommate ai risultati ricevuti dai............

sabato 5 maggio 2018

Catanzaro donna muore totalmente carbonizzata nella sua abitazione. A scoprire il corpo è stato il figlio dell'anziana signora preoccupato perchè non rispondeva al telefono.

Una donna di 86 anni, di cui non sono state fornite le generalità, é morta carbonizzata nella sua abitazione, in cui viveva sola, nel rione Fortuna di Catanzaro.

    L'anziana, secondo la ricostruzione fatta dalla Polizia di Stato, mentre cucinava, é stata avvolta dalle fiamme sprigionatesi, per cause in corso d'accertamento, da un fornello. A scoprire quanto era avvenuto é stato un figlio dell'anziana, giunto sul posto perché preoccupato per il fatto che non riusciva a mettersi in contatto con la madre. Il cadavere della donna, totalmente carbonizzato, giaceva sul pavimento della cucina, accanto alla fornace. Gli accertamenti di polizia giudiziaria sul posto sono stati effettuati dal personale della Squadra volante e della Squadra mobile della Questura, mentre i rilievi tecnici per ricostruire quanto é accaduto sono stati eseguiti dai vigili del fuoco. Sul posto il pm di turno della......

venerdì 4 maggio 2018

IL male oscuro dell'amianto; E' in provincia di Catanzaro il paese con la più alta concentrazione 30 mq per abitante. Il centro operativo regionale dopo l'ultimo censimento lancia l'allarme

Leggi, regolamenti e ordinanze finora non sono stati sufficienti: in Calabria l’amianto (la cui
Nella foto in alto Sellia rione "Madonna della Neve"
dove il problema dell'amianto sui tetti è molto serio.
produzione e commercializzazione è stata messa al bando in Italia nel 1992) continua a essere la causa di patologie importanti, spesso fatali per chi ne rimane vittima. Nemmeno la svolta rappresentata dall’approvazione in Consiglio regionale (nel dicembre 2016) del Piano per lo smaltimento e la bonifica di questo pericoloso materiale si è rivelata decisiva. I dati dell’ultimo telerilevamento portato avanti dalla Regione e consegnato ai Comuni nel 2016 sono preoccupanti: in Calabria ci sono oltre 10,7 milioni di metri quadrati di coperture in eternit. Volendo semplificare si potrebbe affermare che sulle spalle di ogni calabrese “gravano” circa 5,46 metri quadri di amianto. Nella graduatoria stilata dalla Regione non mancano casi singolari. A Santa Caterina Albanese, nel Cosentino, è stata calcolata una media di 12,4 mq di materiale a rischio per ogni abitante. Ancora peggio va a Torre di Ruggiero, nel Catanzarese, dove la concentrazione di amianto è di oltre 30 mq per residente.

Altri casi anomali sono stati registrati ad.........