lunedì 14 novembre 2011

La comunità di Sellia tutta loda il Signore per il Sacerdozio di Don Fabrizio Fittante Auguri!


Sabato 12 novembre
foto di Salvatore Madia
solenne Celebrazione di Sacerdozio nella Cattedrale di Catanzaro per Don Fabrizio Fittante, ieri prima Santa Messe ufficiale nel  borgo di Sellia,(suo paese natio) dove tutta la comunità si e stretta intorno a questo meraviglioso ragazzo che sin da piccolo ha da sempre manifestato la chiara intenzione di donare tutta la sua vita a Gesù. Sellia è fiera di Don Fabrizio che sicuramente nel suo lunghissimo servizio pastorale si farà sempre valere per il suo modo semplice,genuino ma deciso nel far capire l’importanza di camminare sempre, di operare giornalmente con Dio al proprio fianco. Anche l’amministrazione di Sellia e di Simeri Crichi con a capo i rispettivi sindaci hanno voluto manifestare la gioia di questo momento importante non solo per Don Fabrizio e i suoi familiari ma per la comunità tutta che sicuramente sente forte il bisogno di nuovi pastori in questa società che si stà smarrendo sempre di più allontanandosi dalla vera luce che riscalda i cuori: la luce della Fede, la luce di DIO.
Auguri a Don Fabrizio e ai suoi familiari da parte di Selliaracconta

Il Sacerdote è l'uomo della sintesi mirabile e cosmica dell'Amore
È infatti l'Amore radicale di Dio per l'uomo
e l'amore radicale dell'uomo per Dio
è il testimone delle nozze,
anzi è segno delle nozze stesse
e come lo Spirito Santo è l'Amore sponsale del Padre e del Figlio fatto persona
così il Sacerdote è segno dell'amore di Dio per l'uomo e dell'uomo per Dio fatto persona
è dunque profezia e speranza che l'amore
è più forte della morte
e che essa, la morte,
non è l'ultima parola dell'esistenza
ma semplicemente la dolorosa
e gioiosa porta che schiude
la pienezza del talamo di Dio e dell'uomo...

Di seguito alcune foto  

Il modello Scopelliti da esportare come modello per L'Italia? Visto l'aria che si respira meglio stendere un velo.......

Uno, Versace. Due, Pittelli. Tre, D’Ippolito. Quattro (forse) Nucara. A Berlusconi e al Pdl, in questi giorni drammatici in cui la maggioranza di Governo continua ad essere appesa a un filo fragilissimo, quello della Calabria deve sembrare il bilancio di una sconfitta dolorosa. Bilancio che brucia perché in Calabria B si è dissanguato investendo ben tre postazioni di rilievo: una pedina da viceministro e due da sottosegretario per Misiti, Belcastro e Galati. Come se non bastasse anche Francesco Nucara, calabrese e reggino (come Scopelliti) mette pensiero al Cavaliere precisando che il suo far parte della maggioranza è «sempre più labile». Insomma, il saldo della punta dello stivale è profondo rosso. Nonostante quel ben di dio dato da B in pasto al popolo famelico dei parlamentari. Fatti i calcoli: rispetto alle ultime fiducie chieste dal Governo, la Calabria, da sola e senza il bisogno di nessun’altro, affonda il Governo facendo venir meno la fatidica soglia 316. Se B ha dato spazio a Scopelliti per avere in cambio sostegno ed appoggio ha preso un abbaglio. E’ ancora presto per capire cosa accadrà nelle prossime ore e nei prossimi giorni a Roma, anche perché il Presidente della repubblica ha gettato sulla bilancia tutto il peso (grandissimo) del suo prestigio per evitare le elezioni anticipate considerate un possibile colpo mortale al Paese. Ma intanto una cosa si può dire sulla Calabria. Il «laboratorio politico del modello Calabria» da esportare in tutto il resto del paese come soluzione di tutti i problemi e quadratura del cerchio delle criticità nazionali del cd, è diventato impresentabile e va nascosto sotto il tappeto come fanno con la polvere le domestiche infedeli. Scopelliti quel modello lo ha valorizzato a più non posso. La «Calabria come modello da esportare» in Italia è diventato il mantra ripetuto da tutti gli uomini del Governatore che l’hanno declinato in tutti i casi promuovendolo a formula sacra, magica e quasi mistica che sarebbe stato sufficiente ripetere per raggiungere con successo la soluzione. Invece, il Modello Calabria si sta rivelando privo di forza attrattiva, incapace di diventare centro di aggregazione politica. Non riesce ad avere la forza propulsiva che moltiplica speranze e progetti. Peggio, perde pezzi preziosi del corredo buono avuto inizialmente in dote e li perde a partire dal momento alto della vittoria elettorale regionale del Pdl guidato da Scopelliti. Se non si vuole sostenere che il Modello Calabria sia un sistema a canne d’organo ognuna delle quali suona autonomamente dalle altre, per cui i parlamentari non c’entrano nulla con la Regione che non c’entra nulla con tutto il resto, bisogna riconoscere che tirando la rete si vedono più i buchi che i pesci. L’invenzione del «Modello Calabria» non è stato uno strumento possente capace di consolidare progressivamente il potere, di sviluppare forza tale da impedire ripensamenti o tradimenti che dir si voglia, non ha creato nei punti alti del sistema consenso e ricompattamento, voglia di stare e crescere insieme. Quel modello sta ancora campando della rendita delle difficoltà di un’opposizione che non riesce a esprimere e diventare progetto. L’alleanza Pdl-Udc, ha provocato isolamento a Scopelliti. Anche chi non l’ha capito subito (come chi scrive) deve riconoscere che l’Udc calabrese ha avuto una vista lunga. Scartata l’alleanza con l’armata Brancaleone del centro sinistra (Loiero, Adamo, Bova) interessata solo al successo di Caposuvero ha deciso un accordo non col centro destra ma direttamente, personalmente e soltanto con Scopelliti. Un accordo che per il Governatore s’è trasformato in una trappola che gli ha drasticamente ristretto gli spazi di potere. Da qui la necessità di una gestione sempre più personale, sempre più da uomo solo al comando, rispetto al Pdl: è questo che spiega la resistenza di Scopelliti che non vuol mollare la carica di segretario regionale.

domenica 13 novembre 2011

Berlusconi si è dimesso... fine di una dinastia durata 17 anni


Da oggi alle 9 le consultazioni di Napolitano.Ieri sera Berlusconi al Quirinale accolto da una folla urlante. Fischi, insulti e monetine: «Dimissioni». La piazza canta Bella Ciao e l'inno di Mameli. Il premier se ne va da un'uscita secondaria|


Nel '94, nel video della sua epica «discesa in campo», Berlusconi magnificava l'Italia come «il Paese che amo». Diciassette anni dopo, captato in un'intercettazione telefonica, lo stesso Berlusconi non seppe frenare il rassegnato disgusto per l'Italia «Paese di m....». In questo capovolgimento emotivo si racchiude il senso di un'avventura politica che prometteva un nuovo «miracolo» e si è inabissato in una grande disillusione. L'ottimismo degli esordi, che contagiò e stregò molti italiani orfani della Prima Repubblica e smaniosi di un «nuovo inizio», ha la sua antitesi in un tramonto cupo e malinconico. Finisce, nel crepuscolo del berlusconismo, un'epoca della storia, della politica, della psicologia collettiva, dell'immaginario dell'Italia repubblicana. Si chiude la Seconda Repubblica, creata, plasmata, dominata dalla figura di Silvio Berlusconi.
Anzi, Berlusconi è stato, e continua a essere la Seconda Repubblica. Dopo la tempesta di Tangentopoli, i giornalisti abituati ai ritmi lenti e alle liturgie della Prima Repubblica non seppero far altro che canzonare il magnate televisivo che fantasticava di un «rassemblement» dei moderati e lo raffigurarono con il fez dei fascisti quando, all'inaugurazione di un ipermercato, il re della Tv commerciale disse che, se fosse stato romano, tra Fini e Rutelli avrebbe scelto Fini. Lo snobbavano, ma in due sole mosse Berlusconi aveva creato il bipolarismo italiano: il polo dei suoi devoti, e quello dei suoi nemici. Stava celebrando la «religione del maggioritario» in cui il leader incontrastato trascinava il suo popolo affamato di figure carismatiche, l'«Unto» che nel favore popolare trovava la sua consacrazione. In pochi mesi sbaragliò la sinistra che, nella dissoluzione dei vecchi partiti di governo, pensava di avere la vittoria in mano con la «gioiosa macchina da guerra» capeggiata da Achille Occhetto. Cominciò lì il grande trauma da cui la sinistra non si sarebbe più ripresa. La gioiosa macchina da guerra non prese nemmeno un voto in più di quelli incassati dalle formazioni che avevano ereditato le insegne del vecchio Pci più qualche frangia di sinistra multicolore. Non se ne capacitarono più. Cominciò la caccia al colpevole. E cominciò pure il vaniloquio contro il destino cinico e baro che prendeva a bersaglio qualunque cosa o personaggio potesse suggerire il senso di un sortilegio malvagio, più che di una normale elezione perduta: la calza sull'obiettivo della telecamera con cui Berlusconi avrebbe reso più soffice e seducente il suo messaggio video; la spilla appuntata sul bavero del doppiopetto berlusconiano che, secondo i più temerari esegeti della videocrazia, avrebbe riflesso sugli occhi degli sprovveduti telespettatori chissà quali bagliori subliminali. E poi addirittura l'ipnosi; Raimondo Vianello; Ambra; il karaoke; gli spot della pubblicità, e così via. La sinistra, che aveva sin lì coltivato solide radici popolari, cominciò a diffidare del popolo, della gente non inquadrata, degli elettori a suo insindacabile ed elitario parere imbottiti di stupidaggini pubblicitarie e schiavi della televisione.
Qualcuno riuscì persino a maledire il suffragio universale: in fondo, addirittura si disse e si scrisse, il popolo furente e indisciplinato aveva nella storia già scelto Barabba e sacrificato Gesù Cristo. È vero che nessuno ebbe il coraggio di paragonarsi esplicitamente a Gesù Cristo. Ma il «ladrone» era quello lì, l'arcitaliano che con un «rassemblement» molto simile a un'accozzaglia di avventurieri, con l'espediente furbo della doppia alleanza con il Msi (non ancora An) al Centrosud e con la Lega al Nord, con uno schieramento che non poteva vantare alcun legame con i partiti storici che avevano stilato la Costituzione italiana, aveva avuto l'ardire di traslocare Cologno Monzese a Palazzo Chigi. Con tutto un contorno di azzimati sconosciuti armati di un grottesco «kit del candidato» che la Roma politica e giornalistica accolse come i marziani, tutti con il blazer, tutti cloni del Capo, tutti obbedienti soldatini pescati nelle selezioni supervisionate dalla Publitalia di Marcello Dell'Utri. Non era la «rivoluzione liberale», promessa e mai arrivata, ma una rivoluzione antropologica sì: l'azienda che si fa potere politico, senza la mediazione dei partiti. «Colpo grosso», dissero e scrissero. Ma il fatto più grosso è che a sinistra non riuscirono a capire dove avessero sbagliato. E non ci riuscirono, per la verità, per tutti i diciassette anni successivi, fino a quando Berlusconi, immerso nei suoi errori, circondato da nugoli di cortigiani e cortigiane che gli hanno fatto perdere il senso della realtà, è sprofondato sì, ma solo per suo proprio demerito.

La pro loco di Simeri Crichi punta sul meraviglioso territorio per creare una fonte di turismo

Articolo tratto dal" Quotidiano della Calabria"

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