Da oggi alle 9 le consultazioni di Napolitano.Ieri sera Berlusconi al
Quirinale accolto da una folla urlante. Fischi, insulti e monetine:
«Dimissioni». La piazza canta Bella Ciao e l'inno di Mameli. Il premier
se ne va da un'uscita secondaria|
Nel '94, nel video della sua epica «discesa in campo», Berlusconi
magnificava l'Italia come «il Paese che amo». Diciassette anni dopo,
captato in un'intercettazione telefonica, lo stesso Berlusconi non seppe
frenare il rassegnato disgusto per l'Italia «Paese di m....». In questo
capovolgimento emotivo si racchiude il senso di un'avventura politica
che prometteva un nuovo «miracolo» e si è inabissato in una grande
disillusione. L'ottimismo degli esordi, che contagiò e stregò molti
italiani orfani della Prima Repubblica e smaniosi di un «nuovo inizio»,
ha la sua antitesi in un tramonto cupo e malinconico. Finisce, nel
crepuscolo del berlusconismo, un'epoca della storia, della politica,
della psicologia collettiva, dell'immaginario dell'Italia repubblicana.
Si chiude la Seconda Repubblica, creata, plasmata, dominata dalla figura
di Silvio Berlusconi.
Anzi, Berlusconi è stato, e continua a essere la Seconda
Repubblica. Dopo la tempesta di Tangentopoli, i giornalisti abituati ai
ritmi lenti e alle liturgie della Prima Repubblica non seppero far altro
che canzonare il magnate televisivo che fantasticava di un
«rassemblement» dei moderati e lo raffigurarono con il fez dei fascisti
quando, all'inaugurazione di un ipermercato, il re della Tv commerciale
disse che, se fosse stato romano, tra Fini e Rutelli avrebbe scelto
Fini. Lo snobbavano, ma in due sole mosse Berlusconi aveva creato il
bipolarismo italiano: il polo dei suoi devoti, e quello dei suoi nemici.
Stava celebrando la «religione del maggioritario» in cui il leader
incontrastato trascinava il suo popolo affamato di figure carismatiche,
l'«Unto» che nel favore popolare trovava la sua consacrazione. In pochi
mesi sbaragliò la sinistra che, nella dissoluzione dei vecchi partiti di
governo, pensava di avere la vittoria in mano con la «gioiosa macchina
da guerra» capeggiata da Achille Occhetto. Cominciò lì il grande trauma
da cui la sinistra non si sarebbe più ripresa.
La gioiosa macchina da guerra non prese nemmeno un voto in più di
quelli incassati dalle formazioni che avevano ereditato le insegne del
vecchio Pci più qualche frangia di sinistra multicolore. Non se ne
capacitarono più. Cominciò la caccia al colpevole. E cominciò pure il
vaniloquio contro il destino cinico e baro che prendeva a bersaglio
qualunque cosa o personaggio potesse suggerire il senso di un sortilegio
malvagio, più che di una normale elezione perduta: la calza
sull'obiettivo della telecamera con cui Berlusconi avrebbe reso più
soffice e seducente il suo messaggio video; la spilla appuntata sul
bavero del doppiopetto berlusconiano che, secondo i più temerari esegeti
della videocrazia, avrebbe riflesso sugli occhi degli sprovveduti
telespettatori chissà quali bagliori subliminali. E poi addirittura
l'ipnosi; Raimondo Vianello; Ambra; il karaoke; gli spot della
pubblicità, e così via. La sinistra, che aveva sin lì coltivato solide
radici popolari, cominciò a diffidare del popolo, della gente non
inquadrata, degli elettori a suo insindacabile ed elitario parere
imbottiti di stupidaggini pubblicitarie e schiavi della televisione.
Qualcuno riuscì persino a maledire il suffragio universale: in
fondo, addirittura si disse e si scrisse, il popolo furente e
indisciplinato aveva nella storia già scelto Barabba e sacrificato Gesù
Cristo. È vero che nessuno ebbe il coraggio di paragonarsi
esplicitamente a Gesù Cristo. Ma il «ladrone» era quello lì,
l'arcitaliano che con un «rassemblement» molto simile a un'accozzaglia
di avventurieri, con l'espediente furbo della doppia alleanza con il Msi
(non ancora An) al Centrosud e con la Lega al Nord, con uno
schieramento che non poteva vantare alcun legame con i partiti storici
che avevano stilato la Costituzione italiana, aveva avuto l'ardire di
traslocare Cologno Monzese a Palazzo Chigi. Con tutto un contorno di
azzimati sconosciuti armati di un grottesco «kit del candidato» che la
Roma politica e giornalistica accolse come i marziani, tutti con il
blazer, tutti cloni del Capo, tutti obbedienti soldatini pescati nelle
selezioni supervisionate dalla Publitalia di Marcello Dell'Utri. Non era
la «rivoluzione liberale», promessa e mai arrivata, ma una rivoluzione
antropologica sì: l'azienda che si fa potere politico, senza la
mediazione dei partiti. «Colpo grosso», dissero e scrissero. Ma il fatto
più grosso è che a sinistra non riuscirono a capire dove avessero
sbagliato. E non ci riuscirono, per la verità, per tutti i diciassette
anni successivi, fino a quando Berlusconi, immerso nei suoi errori,
circondato da nugoli di cortigiani e cortigiane che gli hanno fatto
perdere il senso della realtà, è sprofondato sì, ma solo per suo proprio
demerito.