mercoledì 16 novembre 2011

Ordinazione Sacerdotale nella Cattedrale di Catanzaro per Don Fabrizio Fittante da parte del Vescovo Metropolita Vincenzo Bertolone


Articoli tratto dalla "Gazzetta del Sud" "Quotidiano della Calabria" del 15.11.2011

Otto anni di reclusione per Chafik El Ketani il Marocchino che a bordo della sua auto investì un gruppo di ciclisti uccidendone otto.


La decisione del Gup di Lamezia, Carlo Fontanazza, sulla strage del 5 dicembre scorso. I familiari delle vittime: “Una pena troppo lieve che ci sorprende”

LAMEZIA TERME. Otto anni di reclusione: questa la condanna inflitta dal gup di Lamezia Terme a Chafik El Ketani, di 21 anni, il marocchino che il 5 dicembre scorso, a bordo della sua auto, a Lamezia Terme, investì un gruppo di ciclisti amatoriali uccidendone sette. Un ottavo morì dopo alcuni mesi. Il pm aveva chiesto la condanna a 10 anni per omicidio colposo plurimo pluriaggravato, tra l’altro, dalla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Il gup Carlo Fontanazza ha concesso ad El Ketani le attenuanti generiche, riducendo così la pena inflitta rispetto alle richieste. Ieri mattina, prima che il giudice si ritirasse per la camera di consiglio, il difensore di El Ketani, l’avv. Salvatore Staiano, aveva sostenuto che il suo assistito non guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e non c’era neanche la certezza dell’eccesso di velocità, chiedendo una condanna più mite. Il legale aveva anche detto di avere chiesto al suo assistito di presentarsi in aula, ma che il giovane marocchino non se la sentiva di guardare in faccia i familiari delle vittime. Dopo Staiano aveva preso la parola il pm per una breve replica. Nell’incidente morirono Rosario Perri, di 55 anni; Francesco Stranges (51); Vinicio Puppin (47); Giovanni Cannizzaro (58); Pasquale De Luca (35), Fortunato Bernardi (58) e Domenico Palazzo (46). Nell’ospedale di Cosenza, a distanza di due mesi, morì Domenico Strangis, di 48 anni- Una pena troppo lieve: è unanime il giudizio dei familiari degli otto ciclisti travolti ed uccisi. “La pena ci sorprende - ha detto Gennaro Perri, che quel giorno si salvò per miracolo e nello scontro ha perso il fratello, Rosario - anche perché lui, intanto, sta comodamente a casa sua e va anche su facebook mentre ha travolto la vita di tante famiglie. Per quello che ha fatto è una pena lieve, un anno per ognuna delle vittime”. I familiari di un’altra vittima, Vinicio Puppin, si limitano a dirsi “delusi” preferendo evitare di fare altri commenti. Fabio Davoli, avvocato, anche lui nel gruppo dei ciclisti travolti ed uscito illeso, ha attribuito la responsabilità di una sentenza....

martedì 15 novembre 2011

Usanze, credenze, riti sui defunti nella tradizione popolare

Il culto dei morti è da sempre elemento principale di tutte le culture sacre
subalterne popolari e presente in molti aspetti folkloristici tradizioni ancora attuali. Questa ricerca sull’antropologia del lutto, ha lo scopo di individuare un archetipo comune al rituale funebre del cordoglio e alle sue varie manifestazioni. Uno tra i più significativi rituali del cordoglio è quello della lamentazione funebre le cui tracce si perdono nella notte dei tempi. Per poter introdurci nel viaggio verso i sacri “lynos” dobbiamo però partire dalle tradizioni lucane, forse la regione che più di tutte ha conservato il ricordo di questo antico rituale. Il lamento funebre lucano ed in particolare la “lamentazione professionale”, è una pratica in via di dissolvimento o praticamente già dissolta della quale rimane solo il vago racconto delle anziane donne rivisitato in un’ottica di malcostume o vergogna.Ancora oggi accade che al dolore delle famiglie luttuate si unisca il cordoglio di altre persone, soprattutto quelle che da poco son state colpite a loro volta da un lutto, ma non si può parlare di vere lamentatici con l’accezione arcaica del termine, è solo un modo per rivivere e riproporre il proprio dolore personale o esprimere cordoglio a persone che, anche se non strettamente legate da parentela, erano comunque conosciute nel piccolo paese ove vivevano. Del resto non possiamo dimenticarci il contesto geografico dal quale parte questa ricerca: i paesi più interni della Basilicata ove isolamento e arretramento fanno ancora avvertire al contadino la sua stretta dipendenza dalle indomabili forze naturali(A. di Nola, 1976). E’ proprio questo status vivendi che ha permesso il perdurare di questi antichissimi ricordi, poi in parte trasformati dall’influenza cristiano-cattolica in una forma sincretica che è tipica del Cristianesimo locale ed autoctono e che si esprime in quel cattolicesimo popolare intessuto di influenze ed elementi “pagani”.Così il defunto anche nell’aldilà continuerà a condurre una vita non molto dissimile da quella terrestre “ora ti debbo dire cosa ti ho messo nella cassa:una camicia nuova, una rattoppata, la tovaglia per pulirti la faccia all’altro mondo, due paia di mutande una nuova e una con la toppa nel sedere, poi ti ho messo la pipa tanto che eri appassionato al fumo”La lamentazione funebre poi sembrerebbe un rituale legato al mondo agrestenoi contadini e le persone per bene andiamo al cimitero e piangiamo sulle nostre tombe…le persone per bene vengono al cimitero ma non piangono…le persone ricche piangono sì, ma non come noi pacchiani, noi che siamo villani e contadini piangiamo di più….”Un particolare che ci ritornerà utile nel proseguo dello studio. Tutto il rituale segue delle ben precise regole che fanno della tradizione una vera e propria “tecnica del pianto”. La lamentazione si presenta con un testo di cui “si sa già cosa dire”, secondo modelli stereotipati. Normalmente non appaiono elementLa lamentazione si presenta con un testo di cui “si sa già cosa dire”, secondo modelli stereotipati. Normalmente non appaiono elementi cristiani, invocazioni a Gesù, alla Vergine, ai Santi, anzi…vi è quasi una forma di protesta nei loro confronti “oh che tradimento ci hai fatto Gesù”La prima fase è quella del ricordo del defunto “o marito mio buono e bello, come ti penso” poi il suo lavoro la lamentatrice fa sempre riferimento al tema delle mani del morto“sei morto con la fatica alle mani”, poi il ricordo di tempi belli “quanne scimme a”  per poi inserire frasi sarcastiche del tipo “oh il vecchio che eri” per persone giovani o “oh che male cristiane” per indicare uomo d’abbene.Poi viene la descrizione della condizione in cui viene a trovarsi la famiglia, così per la neo sposa il lamento delle nozze non ancora consumate, per la vedova il duro lavoro che l’aspetterà, per i figli la mancanza del padreper poi avere quasi un piccolo rimprovero per la morte prematura “come mi lasci in mezzo alla via con tre figli”Si passa poi al modulo “ora vien tal dei tali” che a sua volta risponde “chi è morto”  per infine ricordare le vicende tra il defunto e questa persona “…non ti verrà più a chiamare alle 3 del mattino…” Particolare importanza acquista quella che potremmo definire la mimica del cordoglio, l’oscillazione corporea, perfettamente integrata al suono, come in moltissime tradizioni sciamaniche afro-amerinde, con una funzione quasi ipnogena ( E. De Martino, 1959) molto simile anche a quella delle lamentatrici palestinesi o arabe. Interessante è la mimica del fazzoletto agitato sul corpo del defunto per poi essere portato al naso in una continua incessante ripetizione dell’elemento gestuale.Anche questa gestualità avrebbe un atavico archetipo, così infatti la ritroviamo tra le lamentatici egizie. Qui il “gesto” sembrerebbe chiaramente destinato ad una forma di protezione dal defunto: Un solo braccio è portato verso il capo mentre l’altro si distende avanti con la palma della mano rovesciata. Gesto che poi ha assunto una valenza di saluto più che di difesa.Tradizioni rituali di questo tipo sono presenti anche in altre parti di Italia, quasi ad individuare un comune denominatoreE’ così ad esempio simili tradizioni le troviamo in Sardegna o più lontano in Brianza ove Il curato di Casiglio scrive come l'uso della lamentazione funebre sia ancora ben presente nel suo borgo, ancora nel XV secolo, benché proibito, e sarà lo stesso Carlo Borromeo che, assistendo ad un funerale a Predama, in Val Varrone, rimase fortemente sconcertato.Le prefiche le ritroviamo nel leccese ove sono chiamate “repite” e nell’area abruzzese molisana.Tradizioni simili sono presenti anche in Valtellina ed in Sardegna. Antonio Bresciani così ci descrive l’usanza tra le donne sarde:“In sul primo entrare, al defunto, tengono il capo chino, le mani composte, il viso ristretto, gli occhi bassi e procedono in silenzio…

Secondo il rapporto annuale "BCC Mediocrati" in Calabria si registra il primato Nazionale della presenza di giovani imprenditori


 

 Alla Calabria il primato italiano della presenza dei giovani    
imprenditori.
Pronti ad affrontare a denti stretti la crisi ma semplificando la burocrazia, facilitando l’accesso al credito e investendo su una nuova classe dirigente lontana dalla politica delle enunciazioni. È quanto emerge dal consueto rapporto annuale BCC Mediocrati - Demoskopika sulla congiuntura economica regionale. Per l’immediato futuro gli imprenditori vedono nero. La ripresa dei livelli di fiducia, infatti, registratasi consecutivamente nel precedente biennio che, segnalava comunque timidi segnali di ottimismo e il desiderio di uscire al più presto dalla persistente crisi economica, sembra interrompersi per lasciare il posto a segnali di maggiore preoccupazione e difficoltà per il prossimo futuro. Per la maggioranza degli operatori economici il cammino è ancora in salita, le difficoltà da superare sono ancora molte prima di poter imboccare la via della crescita. Tutti i principali indicatori osservati (fatturato, investimenti, liquidità e occupazione) presentano valori negativi. L’indice di fiducia, misurato annualmente da Demoskopika, registra una flessione di 3,4 punti passando dal 66,7 del 2010 al 63,3 del 2011. Un livello di fiducia maggiormente positivo si riscontra tra gli imprenditori più giovani: gli under 40 presentano un’aspettativa di ripresa pari a 83,2 superiore di quasi 30 punti a quello registrato dagli over 40, che è pari al 54,9. “La complessa questione legata allo sviluppo delle nuove leve imprenditoriali - ha dichiarato il presidente della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati, Nicola Paldino - deve essere gestita e supportata adeguatamente per garantire un sano sviluppo del nostro sistema imprenditoriale, innovandolo e rinnovandolo attraverso un positivo approccio della seconda generazione in azienda. In questa direzione, abbiamo voluto affrontare i molteplici aspetti che riguardano l’essere giovane imprenditore oggi in Calabria, partendo proprio dall’analisi delle opinioni, atteggiamenti ed esperienze dei diretti protagonisti: dalla nascita, motivazioni e difficoltà di avvio dell’impresa, alle problematiche legate alla “sopravvivenza” della stessa, per aprire poi una riflessione sul tema cruciale della continuità e della successione d’impresa. Un tema di indubbia importanza per comprendere l’evoluzione e le prospettive future del nostro sistema e per il quale BCC Mediocrati ha mostrato grande sensibilità e grande attenzione”. Cosenza si posiziona al settimo posto della graduatoria nazionale, preceduta però dalle altre province calabresi e in ordine da Reggio Calabria che con 9,3% apre la graduatoria per quota di giovani imprenditori, Crotone in seconda posizione con 9,1%, Vibo Valentia quinta con 8,7% e Catanzaro sesta con 8,2%.

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