“Ma Villella era di Simeri Crichi”
Il comitato tecnico scientifico “No Lombroso” è meritoriamente impegnato a promuovere la restituzione alle città di provenienza dei resti umani custoditi nel museo di antropologia criminale Cesare Lombroso di Torino. Il comune di Motta Santa Lucia reclama la restituzione del teschio del brigante Giuseppe Villella. Le varie iniziative hanno registrato già circa 10.000 adesioni e si attende a breve la pronuncia del Tribunale di Corte d’Appello.
Intervengo - senza controproducenti e anacronistiche intenzioni polemiche, seppur con la consapevolezza della lunga discriminazione del Sud - solo per una quasi marginale puntualizzazione. Plauso al comune calabrese, ma nelle 5 edizioni dell’ “Uomo delinquente”, Villella è un brigante-contadino calabrese ora di Motta ora di Martirano e più frequentemente di Simeri Crichi (costantemente nella versione originale di Lombroso).
Negli scritti della figlia dello studioso, l’antropologa Gina Lombroso (“Cesare Lombroso, storia della vita e delle opere”; “L’uomo delinquente. Riduzione di Gina Lombroso”;” Come mio padre venne all’Antropologia Criminale”) Villella è un contadino sessantanovenne di Simeri Crichi. Ho sottolineto tale particolare in un articolo pubblicato sul numero doppio del 2009 di Calabria Letteraria, pag. 29, e ripreso da varie riviste e autori universitari (Stefano D’Auria, Raffaele Sette,La Questione Sociale).
Lo studioso di origini catanzaresi Luigi Guarnieri, nel 2000, così iniziava il suo “Atlante criminale”: “All’alba del 4 gennaio 1871 Cesare Lombroso sta finendo di scoperchiare il cranio del brigante Giuseppe Villella. A detta dello stesso Lombroso si tratta di un “tristissimo uomo d’anni 69, contadino di Simeri Crichi, circondario di Catanzaro, condannato tre volte per furto;
ipocrita, astuto, taciturno,ostentatore di pratiche religiose, di cute scura, tutto stortillato…”.Era morto per tisi, scorbuto e tifo nel carcere di Vigevano. Nel suo cranio Lombroso scoprì la fossetta cerebellare mediana, che confermò la sua tesi sul delinquente nato, con impressi i segni fisici distintivi, ereditari. La teoria generò per alcuni decenni una sorta di delirio di determinismo fisiologico, che consentiva ai tribunali di identificare i criminali attraverso la fisiognomica. “Quel cranio divenne per me il totem, il feticcio dell’antropologia criminale” asseriva Lombroso ancora nel 1907, quando già, in “Italiani del Nord e del Sud” di A. Niceforo, era stata teorizzata l’inferiorità della razza meridionale, detta “ razza maledetta”.
Altre degenerazioni teoriche portavano alla Società Tedesca per l’Igiene della Razza e alla proposta di soppressione degli “scarti” delle unioni umane. Premesse per i manifesti apologetici della pulizia etnica e per la barbarizzazione del diverso. Al meridionale veniva attribuito un atavico istinto alla violenza, associato al rifiuto delle regole della convivenza civile. La scienza ha fortunatamente indagato anche i rapporti tra la mente umana e il potere autoreferenziale, che ci aiutano a comprendere la deriva culturale che sottende l’ingiuria della “vil razza selvaggia”.
Intanto il destino di Lombroso è precipitato dall’Olimpo della scienza internazionale al......
